La Chiesa di San Domenico e il convento dei domenicani. Testo estratto da: Teresa Gravina Canadè, "Le Chiese Raccontano. Note di storia, arte, tradizione di Corigliano Calabro,
Rubbettino,1995. l'ingresso del paese, ai piedi della collinetta dove affiorano ancora i resti delle antiche mura lungo le quali si snodava la strada d'accesso principale che dal Carmine
conduceva all'abitato, si scorgono ancora í ruderi di una chíesa e di un convento appartenuti ai Padri Domenicani.
La
devozione a S. Domenico è attestata a Corigliano da tempí precedenti alla costruzione di questi edifici: esisteva in questa stessa zona una chiesetta oggi scomparsa e intitolata a Lui, che in
un documento del 1521 veníva data in beneficio. [...] Nel 1646 si incominciò la costruzione di un convento e di una nuova chiesa, che nel 1650 non era ancora finita. Nel frattempo i frati
abitavano in un palazzo, e vi erano: 2 Sacerdotí, 1 converso, 1 oblato e 1 garzone». ...] La nuova costruzione, iniziata nel 1646, sorse accanto alla Porta della Giudecca ed il suolo dei
frati Domenicani confinava con il «luogo pio della Congregazione laicale di Nostra Signora del Rosario», con I'orto della scomparsa chiesa di S. Giovanni Battista «de Fundis», con la citata
strada d'ingresso al paese e con spezzoni dell'antica muraglia difensiva dell'abitato. Un atto notarile ci informa che «l'antico portone d'ingresso al convento» era stato sistemato in
un'arcata che si apriva lungo questa muraglia difensiva, e che per questo veniva chiamata «l'arco di San Domenico». I tempi di costruzione del convento e dell'annessa chiesa furono particolar
mente lunghi: una Platea settecentesca ci informa che nel 1719 erano ancora incompleti il chiostro del convento e la chiesa stessa, tanto che i Domenicani continuavano ad officiare
nell'attiguo oratorio del Rosario, del quale da tempo erano i rettorí. Il convento comprendeva 23 celle per i frati, la sala del capitolo, il refettoio, un'ampia cucina, la dispensa,
l'ospizio e una stanza adibita ad economato. Utilizzando il pendio, fu possibile, inoltre, attrezzare l'edificio di capienti magazzini adibiti ad «ogliera», a granaio, a depositi vari. [...]
Larga «38 palmi» e lunga «104 palmi», la CHIESA di San Domenico era ad una sola navata, luminosissima per i finestroni situati sotto la copertura del tetto, internamente sottolineati da un
evidenziato cornicione, che scorreva lungo tutte le pareti laterali, e inquadrati da paraste. Sotto il tetto, grandi archi poggianti su pilastri in muratura incorniciavano i dieci altari
delle cappelle laterali senza sfondo. Tra queste, giochí di stucchi formavano in alto capitelli, e nella parte mediana dei pilastri, cerchi ornati da motivi floreali e geometrici. La navata
si concludeva con una grande arcata che delimitava il presbiterio. Esso, col coro , occupava ben 34 dei 104 palmi suddetti. Nel suo centro s'innalzava l'altare maggiore. La parete retrostante
delimitava I'ampia sagrestia e un più piccolo locale, che serviva da passaggio ai confratelli del Rosario, per recarsi nel loro oratorio, officiato dagli stessi Domenicani. Uno splendido
pulpito in legno scolpito, che non poteva mancare nella chiesa dei frati dediti particolarmente alla predicazione, ed un organo, che «per dolcezza di suono era il primo del paese». 10 pale
addobbavano la chiesa, insieme a numerose sculture lignee policrome, tra cui un «S. Domenico » e un «S. Vincenzo ». Le peripezie subite da quest'edificio portarono alla perdita di tutto
l'arredo e nulla sappiamo delle dieci pale d'altare che dovevano pur esserci, anche se nessuno ne ha mai parlato. La soppressione del 7 agosto 1809 espulse i Domenicani dal loro convento e
questa chíesa, da loro sempre ben tenuta, cominciò ad essere abbandonata. Nel 1828 vi fu traslata l'antica parrocchia di San Luca, che ufficialmente vi rimase sino al 1840; ma i parrocchiani
di S. Luca disertavano S. Domenico, per l'impervia strada che dovevano attraversare e preferivano frequentare la più vicina S. Maria della Piazza. Nello stesso periodo insorsero liti tra il
parroco e i confratelli del Rosario, che furono privati del loro antico «diritto di passaggio» attraverso questa chiesa, per raggiungere il loro oratorio. Fu cosi che S. Domenico, sempre meno
frequentato, soffrì prima per l'incuria degli uomini, poi per l'ingiuria della natura: il terremoto del 1836, la pioggia torrenziale del 1840, che causò il crollo parziale del tetto e la
determinazione di far tornare la parrocchia di S. Luca nella matrice S. Maria della Piazza la condannarono a ricoprirsi di ortiche e a divenire lo sgualcito biglietto da visita di un paese
costretto a presentarsi a che vi arriva con questi suoi ruderi scalcinati. (Pubblicato su Facebook in data 9-8-2025)